Resti di un Mondo che fu..

Principe Adalex






« Oggi a me, domani a te,
io ero quel che tu sei,
tu sarai quel che io sono.
Pensa mortal che la tua fine è questa
e pensa che ciò sarà ben presto. »










Mummie in Italia



Venzone (Friuli Venezia Giulia)
Nel 1647 durante i lavori di ampliamento del Duomo, vennero alla luce una ventina di corpi mummificati. La conservazione dei corpi è dovuta alla azione combinata del sottosuolo, ricco di solfati di calcio, e della presenza di un fungo con grande capacità idrovora, il Hypha Bombicina Pers; in questo modo i corpi si sono incartapecoriti in tempi rapidi. Ora cinque mummie sono esposte nella cripta del Battistero di San Michele e rappresentano un patrimonio di inestimabile interesse antropologico per conoscere il modo di vita degli abitanti friulani dei secoli passati.



La mummia del nobile
Daniello Gattolini di anni 75, salma esumata nel 1811.

























Il fenomeno fu attribuito a una muffa, la Hipha bombicina, presente nel sottosuolo della chiesa e capace di assorbire l'umidità dei tessuti dei corpi in modo da essicarli nel giro di un anno, evitandone la decomposizione. Lo studio del fenomeno ebbe sviluppo e rilievo internazionali grazie anche a un ammiratore d'eccezione delle mummie: l'imperatore Napoleone che – come racconta Guido Clonfero, memoria storica di Venzone – nel 1807, tornato in Friuli dopo le campagne del 1797, volle vederle da vicino. E i suoi soldati, come avevano già fatto dieci anni prima accanendosi soprattutto sul Gobbo, tagliuzzarono quelle epidermidi incartapecorite portandosi via altri pezzi o pezzetti come souvenir! I ritrovamenti di salme mummificate continuarono nella seconda metà dell'800 e, nonostante i saccheggi, ne rimasero 22 in mostra fino al 1976. I meno giovani ricordano benissimo quegli scheletri ricoperti con un bianco perizoma "schierati" in semicerchio nell'aula del battistero. Collocati in piedi nelle bacheche di vetro, avevano quasi tutti la targhetta con nome e cognome, o una parziale indicazione come nobile, sacerdote, madre, figlia... Fino al 1976 non c'era visitatore che non chiedesse di vederle. Il terremoto del 6 maggio fece crollare l'ex battistero, noto come cappella di San Michele, risalente al 1250 circa, e dopo un mese ci fu un gruppo di soldati canadesi che si offrì di scavare per estrarre quelle martoriate salme. Alcune erano andate a pezzi, ma una buona parte (15 su 22) furono salvate. Per qualche tempo le superstiti furono esposte in un box di lamiera, ma quell'esibizione precaria suscitò non poche perplessità tanto che il parroco decise di riporle aspettando tempi migliori.




Che ora sono arrivati. La disposizione è completamente cambiata: adesso le 15 mummie sono esposte nella cripta di San Michele (il piano superiore è tornato cappella). Cinque, le più rappresentative, sono collocate in robuste urne di vetro e le altre deposte in due file di cassetti, apribili, tipo Morgue. Sono tre uomini e due donne (la distinzione è puramente teorica: nella massa cartilaginosa non si notano grandi "differenze", tanto che il pleonastico gonnellino è stato opportunamente abolito). Primeggia, noblesse oblige, l'innominato Gobbo, il decano, se così possiamo dire, del gruppo. Si tratterebbe di un esponente degli Scaligeri: il suo corpo fu ritrovato sotto un sarcofago del 1300 con lo stemma della nobile famiglia veronese. «Ma non era gobbo – spiega monsignor Bertossi, che è parroco di Venzone dal 1983 – la malformazione è successiva alla deposizione nel sarcofago, probabilmente troppo piccolo per lui. La Tac, effettuata di recente, ha stabilito che aveva invece problemi di artrosi e che è morto a circa 45 anni. Gli studiosi si aspettano molto dagli esami medico-scientifici avviati dal professor Gaspare Baggieri, del Servizio antropologico e paleopatologico del ministero dei Beni culturali, ai quali saranno sottoposte anche le altre mummie, considerate nel complesso «un patrimonio genetico di inestimabile valore». Tra quelle esposte nelle urne, due hanno nome e cognome (si tratta dei nobili Paolo Marpillero di 73 anni, esumato nel 1770, e di Daniello Gattolini, 75 anni, dissepolto nel 1811) e le altre due sono una madre e una figlia ignote. In attesa dell'imminente apertura al pubblico – già prennunciata nella bella guida Musei e collezioni della provincia di Udine, uscita di recente a cura di Giuseppe Bergamini – si stanno completando i lavori di sicurezza per l'accesso alla cripta, che avverrà automaticamente con l'inserimento di gettoni (costeranno 2 mila lire ciascuno e saranno reperibili in edicole e tabaccherie, oltre che alla Pro loco). Altri lavori prossimi riguardano il duomo: devono ancora essere sistemate le copie delle statue sulla facciata principale (gli originali, come quelli delle bellissime lunette, saranno collocati all'interno); deve essere rifatto il sagrato e completato il risanamento di alcune pareti per proteggerle dalle infiltrazioni d'acqua. Ma c'è un'altra novità. Conclusi gli scavi cominciati nell'88, in un prossimo futuro sarà visitabile – solo per finalità di studio, o d'interesse archeologico – il sotterraneo del duomo con i resti delle chiese preesistenti all'attuale, che fu consacrata nel 1338 dal patriarca Bertrando: quella del 1251 e quella, ancora precedente, della fine del sesto secolo.






Palermo

Catacombe dei Capuccini..






Il Convento è conosciuto in tutto il mondo per la presenza nei suoi sotterranei di un vasto cimitero, che attira la curiosità di numerosi turisti, e fin dai secoli scorsi tappa obbligata del Grand Tour (visitato anche da Guy de Maupassant).

Le gallerie furono scavate alla fine del '500 e formano un ampio cimitero di forma rettangolare.

Non sono mai state inventariate le salme ivi presenti, ma si è calcolato che debbono raggiungere la cifra di circa 8.000.


Le mummie, in piedi o coricate, vestite di tutto punto, sono divise per sesso e categoria sociale, anche se la maggior parte di esse appartengono ai ceti alti, poiché il processo di imbalsamazione era costoso. Nei vari settori si riconoscono: i prelati;
commercianti e borghesi nei loro vestiti "della domenica"; ufficiali dell'esercito in uniforme di gala; giovani donne vergini, decedute prima di potersi maritare, vestite col loro abito da sposa; gruppi famigliari disposti in piedi su alte mensole, delimitate da sottili ringhiere simili a balconate; bambini; ecc.





Frate Silvestro da Gubbio






Il metodo di imbalsamazione prevedeva prima di tutto di far "scolare" la salma per circa un anno, dopo averle tolti gli organi interni.



Quindi il corpo più o meno rinsecchito, veniva lavato con aceto, riempito di paglia, e rivestito con i suoi abiti. Altri metodi, utilizzati specialmente in periodi di epidemie, prevedevano un bagno di arsenico o di acqua di calce.
















Colonnelli Ragona e Di Giuliano




Rosalia Lombardo (1920)

Lo spettacolo macabro degli innumerevoli cadaveri esposti, è spunto di riflessione sulla caducità della vita, sulle vanità terrene, e sull'inutilità dell'attaccamento degli uomini alle loro fattezze esteriori.
Monsignor Francesco D'Agostino


Reparto delle Vergini

Quello che più colpisce il visitatore è il metodo utilizzato dai frati per la conservazione dei cadaveri. Essendo tale metodo, a quei tempi così usuale che nessuno degli autori che nel passato si sono occupati del cimitero ha ritenuto opportuno riportarlo nei loro scritti. Il primo a parlarne fu Gastone Carlo, nella sua opera “ Viaggio in Sicilia” del 1828. Egli descrive sommariamente il metodo riportando nei suoi scritti che i cadaveri venivano posti in una stanza, distesi o seduti e serrata la porta per non uscirne la puzza vi rimanevano per un periodo di circa un anno, quindi all’apertura si ritrovavano interi ed intatti.



In seguito in un verbale redatto dopo un’ispezione del Senatore della città di Palermo, Federico Lancia di Brolo si rileva che i cadaveri non più di 8 – 10 venivano introdotti in una stanza, distesi sopra una grata fatta di tubi di terracotta e chiuse ermeticamente le porte, vi restavano per un periodo di circa otto mesi un anno.
In seguito venivano trasportati in un luogo ventilato coperto con tettoia, dove, venivano lavati e ripuliti con acqua ed aceto, quindi rivestiti e collocati nella casse di legno o nelle nicchie lungo i corridoi. Rimanevano li solo se i parenti andavano a trovarli e portavano loro la cera per tre anni consecutivi altrimenti venivano rimossi così come prevedeva l’articolo 41 del regolamento emanato dal municipio di Palermo nel 1868.



In periodi di gravi epidemie, per la conservazione, si usava immergere i cadaveri in un bagno di arsenico o di latte di calce ed è questo il metodo utilizzato per il cadavere di Antonio Prestigiacomo riconoscibile dal colorito rossastro.
Fu pure adottato il metodo a base di farmaci inventato dal dottor Salafia del quale si sconosce il procedimento usato (news qui); tale trattamento fu adoperato per il cadavere della piccola Rosalia Lombardo morta il 6 dicembre 1920. Da diciture verbali si sa che il cadavere fu trasportato nel cimitero perché il dottor Solafia procedesse all’imbalsamazione, per poi essere seppellita altrove. Ma il dottor Solafia iniziato il procedimento non poté portarlo a termine a causa della sua prematura morte e per causali eventi dei familiari della bambina il corpicino è rimasto ai piedi dell’altare oggi dedicato a Santa Rosalia.






Ferentillo
(Terni)

Il Museo delle mummie è un museo situato a Ferentillo che espone delle antiche mummie degli abitanti del paese.



Il museo venne creato alla fine del XIX secolo, quando scavi effettuati nella cripta della vecchia chiesa del paese portò alla luce numerosi corpi mummificati, alcuni dei quali con gli abiti ben conservati. Oggi però l'aria umida entrante dalle finestre ne ha compromesso lo stato di conservazione, sia degli abiti che delle mummie stesse.

Il museo è visitabile solo in determinati giorni.





(Nella sigla di apertura del film Nosferatu, principe della notte con Klaus Kinski viene mostrato uno scorcio del museo.)

Prima di un editto napoleonico — l'editto di Saint Cloud — che trasferì il cimitero al di fuori del paese, i morti venivano seppelliti all'interno della chiesa di Ferentillo situata nella parte di paese chiamata Precetto.






« Oggi a me, domani a te,
io ero quel che tu sei,
tu sarai quel che io sono.
Pensa mortal che la tua fine è questa
e pensa che ciò sarà ben presto. »
(Iscrizione all'entrata del museo)


Si conosce la storia solo di alcune delle mummie esposte; le informazioni sono ricavate da racconti orali e ricerche negli archivi ecclesiastici.


Una particolare ricostruzione riguarda le mummie di due asiatici (riconoscibili dalla caratteristica fisionomia).


Le leggende narrano di un ricco uomo e della sua sposa, probabilmente cinesi, in viaggio di nozze in Italia nel periodo in cui l'Europa era afflitta dalla piaga della Peste nera; dopo essersi ammalati, morirono a Ferentillo, dove furono sepolti nella chiesa del paese. La leggenda è supportata dalla presenza dei loro abiti, in buona condizione fino agli anni settanta.



Il terreno della cripta è stata analizzato nel tentativo di ricavare dati certi per consolidare le ipotesi formulate sul perché i corpi si siano mummificati, ma la ragione certa non è stata individuata; seguirono però tentativi sul processo di mummificazione con corpi di animali, che rivelarono il rapido processo di mummificazione del terreno della cripta.[senza fonte] sembra che a mummificare le mummie sia un batterio che disidrata i corpi.



Il Museo si trova sotto la chiesa di Santo Stefano nel paese inferiore, cioè alla destra del fiume. La chiesa è facilmente riconoscibile dall'orologio posto sulla torre del campanile.
La chiesa di Santo Stefano risale al 1200, venne adibita a cimitero nel 1500 quando la chiesa nuova fu costruita sopra quella vecchia. Le visite, accompagnate da una guida si possono effettuare in questi orari: 9,30-12,30 di mattina, 14,30-18,30 nel pomeriggio. L'ingresso costa £.4.000.
Il cimitero è scavato nella roccia viva del monte. Fino al 1871 qui vennero sepolti gli abitanti del paese, dopo questa data un editto ne proibì la sepoltura. Per uno stranissimo fenomeno
fisico-chimico prodotto da microrganismi presenti nel terreno all'interno del cimitero i cadaveri non imputridiscono ma si mummificano naturalmente, senza bisogno di intervento umano.



Vi sono delle piccole finestre, questo permette di tener sempre ben aerato il cimitero, fattore che incide poi nella mummificazione naturale. La pelle dei defunti si essicca sul corpo nel cui interno si trovano ancora tutti gli organi intatti.
Adagiati nelle teche di vetro troviamo i corpi, ognuno dei quali racconta la sua storia; c'è il soldato napoleonico impiccato, due giovani sposi cinesi morti di colera dopo un viaggio a Roma, l'avvocato del paese ucciso con una coltellata, una ragazza morta di parto con il bambino appena nato...
In fondo al Cimitero troviamo un centinaio di teschi posti su dei tavoli a formare il macabro fondale della grotta.
All'interno del cimitero non si possono fare fotografie, vi sono però due libretti con foto e documentazioni che si possono acquistare chiedendo alla guida.
In una di queste guide si parla di altri due posti in Italia dove avviene questo particolare fenomeno, uno si trova in un convento di cappuccini nei pressi di Palermo, l'altro si trova in Friuli nella chiesa del paese di Venzone del Friuli.


Cagliari
Museo di antropologia ed etnografia



Savoca (Sicilia)

Resti di corpi mummificati appartengono a tutte le culture e costituiscono da tempo oggetto di studio dal punto di vista storico, archeologico, antropologico e paleopatologico in quanto beni culturali in senso ampio; si tratta di beni culturali, per così dire, « anomali » in quanto non sono reperti nella accezione comune del termine, ma resti di cadaveri che si sono naturalmente conservati, o che, per particolari motivi di ordine religioso, rituale, sociale sono stati sottoposti a trattamenti conservativi; ciascuno di essi è « un “bene” che un tempo fu persona, a cui venne successivamente assegnato il compito, sotto la facies di mummia, di testimoniare se stessa e la sua, sia pur illusoria perdurante presenza nel mondo». Essi ci documentano non solo sull'immaginario collettivo circa la vita oltre la morte biologica, sulle tecniche di conservazione dei corpi, sulla storia delle pratiche sociali, del costume, della moda, ma anche sull’aspetto medico, sulle cause di morte, sull’incidenza delle malattie nel passato. Tali informazioni sono utili per capire non solo in che modo si affrontava e si « viveva » la malattia nelle popolazioni trascorse, ma anche di comprendere gli aspetti più complessi della vita sociale: la presenza o l’assenza di patologie specifiche, il loro impatto sulla speranza di vita, sull’età di morte di individui, gruppi o persone, oltre alla complessa problematica della qualità della vita nelle popolazioni antiche. I risultati, degli studi Paleopatologici, inoltre, consentono di ricavare un’enorme mole di informazioni sulle malattie dei secoli passati, in grado non solo di illuminare aspetti fondamentali della vita delle popolazioni, finora scarsamente documentati, ma anche di ricercare informazioni utili anche per contrastare le malattie attuali ; tali risultati offrono inoltre, agli antropologi, agli archeologi, ai paleopatologi e agli storici dati scientifici per affrontare alcune questioni disciplinari specifiche tuttora irrisolte. Gli interessanti risultati che costituiscono l’oggetto di questa comunicazione sono emersi nel corso della ricerca particolareggiata su un campione di 17 mummie collocate nella Cripta del Convento dei Cappuccini di Savoca.

La cripta, a pianta rettangolare, di m 14 x 4,25, longitudinalmente orientata da Est ad Ovest, è ubicata al di sotto del piano pavimentale della terrazza antistante la chiesa del Convento. Per comodità di lettura, ho indicato i quattro lati perimetrali con le lettere A, B, C, D (Figura 1). Sulle pareti interne s’innestano alcune nicchie a fondo semicircolare con copertura ad arco (39 in tutto) di cui 17 lungo la parete A, 7 nella B, 15 nella C. Nella parete D, che funge da abside, si erge un altare. Antistante all’abside, sotto il pavimento, è ubicato un ossario. Lungo tutto il perimetro, si innesta una cornice, su cui sono poggiate 9 casse lignee, di cui 4 sovrapposte. Al di sopra delle nicchie, sfalsate rispetto alle stesse, sono ricavati altrettanti colombari, alcuni dei quali espongono teschi umani. Solo le nicchie della parete A, (16 su 17), contengono dei corpi mummificati, di alti prelati, nobili o notabili, le restanti sono vuote. Altri corpi mummificati, sono contenuti in teche o casse funebri variamente collocate sul pavimento.



Il numero delle mummie che la cripta ospita è imprecisato. Allo stato attuale, infatti, non è possibile definirlo con esattezza, dal momento che la loro collocazione è il risultato di una sistemazione approssimativa compiuta tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per un maldestro tentativo di sfruttarle economicamente come richiamo turistico. Nella ipotesi minimale, è probabile che sicuramente 17 mummie erano collocate nelle nicchie, in piedi, 5 in teche di vetro, 11 in casse funebri, variamente collocate all’interno della cripta stessa. Nella risistemazione alcune delle mummie custodite nelle casse furono trasferite nelle nicchie, rimaste vuote a causa del deterioramento prodotto dal tempo e dall’incuria. L’operazione, deprecabile dal punto di vista culturale, spesso compiuta in modo approssimativo, in qualche caso costringendo a forza i corpi nello spazio ristretto delle nicchie, o allacciandoli in modo rudimentale perché stessero in piedi, si sarebbe protratta per qualche decennio. Attualmente, sommando ai 16 corpi delle nicchie, i 5 riposti nelle teche di vetro e i 12 che dovrebbero essere contenuti nelle casse funebri, il totale delle mummie sarebbe 33. Ma è certamente inferiore alla somma dei rispettivi alloggiamenti, dal momento che un certo numero di casse sono sicuramente vuote. Va aggiunto inoltre che alcuni cognomi riportati sui cartigli apposti nell’ultima sistemazione si riferiscono, talora, a personaggi mai esistiti o alcuni nomi sono inesistenti, altri, infine, sono di personaggi appartenenti a famiglie sicuramente sepolte in altre chiese di Savoca.



Non si hanno notizie storiche su pratiche di mummificazione intenzionale compiute dai Cappuccini sui loro confratelli defunti, che fu invece certamente praticata nei secoli XVIII e XIX, fino al 1876. Infatti, nonostante il 7 luglio del 1866 fosse stata decretata, da parte del giovane Regno d’Italia, la soppressione di ordini, congregazioni e corporazioni religiose, con relativa confisca dei beni e loro attribuzione al Demanio dello Stato[8], il Convento dei Cappuccini di Savoca, anche se privo di ogni riconoscimento giuridico, e di proprietà comunale, continuò a svolgere la sua funzione e a praticare la mummificazione, come risulta dalla presenza di almeno due mummie appartenute a individui deceduti posteriormente a tale data[9].

Quanto alla tecnica usata per accelerare il processo di mummificazione, non esistono fonti storiche coeve che parlino del trattamento riservato ai cadaveri, mancano addirittura notizie se un trattamento del genere sia mai stato praticato. Le fonti documentano invece diverse richieste di diritto di sepoltura previo pagamento di una somma di denaro o come compenso per le celebrazioni di rito demandate al Convento nelle varie ricorrenze[10].

Qualche informazione sui luoghi, le modalità e i tempi per la mummificazione dei cadaveri risultano invece da scritti inediti di studiosi del luogo, come quello di Padre Basilio Gugliotta[11], posteriori alla mummificazione stessa, che attingono alla tradizione orale, anche se non è possibile confrontarle coi risultati di studi scientifici condotti sulle mummie, attualmente pressoché inesistenti.

Dall’esame delle strutture architettoniche del locale della cripta della Chiesa Madre di Savoca, risulta che in essa veniva praticata la “scolatura” dei cadaveri, secondo la tecnica diffusa in Italia meridionale. L’esame diretto ha appurato anche altre forme di trattamento dei cadaveri mediante eviscerazione e decerebralizzazione.


Realizzata agli inizi del '600 nei sotterranei della Chiesa del convento e dell'antistante piazzetta, racchiude 37 cadaveri mummificati appartenenti a nobili patrizi, avvocati, preti, monaci, abati, medici, poeti, magistrati e tre bambini, tutti appartenenti all'aristocrazia della Savoca che fu. La mummia più antica risale al 1776, ed appartiene al nobile Pietro Salvadore, la più recente è del 1876 ed appartiene a Giuseppe Trischitta.


Pietro del Salvatore
† 1776 ?
Nobile, laico
Scolatura
Buono

?
† ?
Ecclesiastico
Scolatura
Buono



Nicolò Toscano della Zecca
† ?
Nobile, laico
Mummificazione Artificiale
Buono


?
† ?
Laico
Scolatura
Buono


Nicotina Giuseppe (senior?)
†1795
Ecclesiastico
Scolatura
Buono


Antonio Garufi
† ?
Ecclesiastico
Scolatura
Discreto


Frate Bernardo della Limina
†1777
Ecclesiastico
Scolatura
Precario


?
† ?
Nobile, laico
Scolatura
Buono


Barone Altadonna (?)
† ?
Nobile, laico
Scolatura
Buono


?
† ?
Nobile, laico
Scolatura
Buono


?
† ?
Nobile, laico
Scolatura
Buono


Garufi Vincenzo
† ?
Nobile, laico
Scolatura
Buono


?
† ?
Nobile, laico
Scolatura
Buono


Cacopardo (?)
† ?
Nobile, laico
Scolatura
Discreto


Marcello Procopio
† 1844
Ecclesiastico
Scolatura
Buono


Giuseppe Mirone (?)
† ?
Notabile, laico
Scolatura
Buono


?
† ?
Nobile, laico
Scolatura
Precario


Marco Fleres Trischitta
† 1852
Nobile, laico

Buono


Michele Trimarchi
† ?
Nobile, laico


?
† ?
Ecclesiastico


A.S.
† 1871
?

Tracce (solo femori)


Giovanni Coglituri
† ?
?




Vincenzo Trischitta
† 1862
Nobile, laico



Giovannino Patti
† 1853
Scheletrizzato





I corpi sono rivestiti di eleganti vestiti d'epoca e danno mostra di sè nelle nicchie e nelle bare in cui sono racchiusi.












Urbania (Marche)
Chiesa dei Morti

E’ di certo uno dei musei più
macabri da visitare: il cimitero delle mummie, racchiuso all’interno
della Chiesa dei Morti a Urbania.



Nella cripta, dietro l’altar maggiore,
sono esposti 18 corpi mummificati naturalmente.
La storia ha inizio nel lontano 1567 quando ad Urbania, l’allora
Casteldurante, è nata la Confraternita della “Buona Morte”. Sotto il
patronato di San Giovanni Decollato, 120 fra laici e religiosi,
promulgarono, assieme al Cardinale Giulio Feltrio della Rovere, lo
statuto della Confraternita, composto da ben 31 capitoli. Scopo
preciso del pio sodalizio era il trasporto gratuito dei cadaveri,
l’assistenza ai moribondi e specialmente ai giustiziati, la registrazione
in appositi libri dei defunti e la distribuzione delle elemosine ai parenti
dei defunti. La sepoltura dei corpi avveniva nel retro della piccola chiesa, in un terreno adibito a cimitero.
Nei primi anni del 1800, Napoleone Bonaparte, emanò un editto (Saint Cloud) che istituiva i cimiteri extraurbani
per ragioni sanitarie. Partirono anche nel piccolo cimitero di Urbania i lavori di riesumazione dei corpi che,
incredibilmente, riaffiorarono intatti.


Nel 1833, i 18 corpi mummificati, furono esposti dietro l’altare della Cappella che da allora prese il nome di
Chiesa dei Morti. Solo negli anni ‘60-’70, alcuni antropologi e biologi diedero una spiegazione scientifica del
fenomeno. Sembra infatti che una particolare muffa (hipha bombicina pers) ne abbia provocato l’essiccazione.

In
pratica i corpi, oltre alla struttura scheletrica hanno la pelle, gli organi, in alcuni casi i capelli, gli organi genitali …
Oltre a ciò, ognuno dei 18 personaggi, nasconde vicende e storie di sorprendente rilevanza. Al centro del gruppo
il priore Vincenzo Piccini, la moglie e il figlio. Un fornaio, due canonici e gente del popolo. Le loro storie vivono ancora oggi, grazie a lettere, documenti d’archivio e tradizione orale: la Confraternita della Morte registrava nascita e decesso di tutti. E soprattutto registrava le morti violente. L’archivio della Curia vescovile di Urbania è una miniera di storie e antichi delitti.

Il mantello nero e l'emblema della morte di Vincenzo Piccinni spiccano al centro della sagrestia nella Chiesa dei Morti. Il priore riposa tra quei corpi mummificati che tanto lo affascinarono in vita. Nella prima teca a sinistra anche sua moglie, Maddalena Gatti, e il figlio, anche lui farmacista, morto di tumore.



Solo a tre delle quindici mummie è stato possibile dare un nome. Il più famoso in paese era senza dubbio il Lombardelli, detto Lunano (sec. XVIII): era l’unico fornaio del paese.
Mariano Muscinelli (morto nel 1844) e Pierantonio Macci (morto nel 1847) in vita erano canonici. Muscinelli era un uomo taurino dalla grande gabbia toracica, un collo grosso e una bella pancia. Leggenda vuole che fosse un gran mangiatore. E la scienza ha confermato la leggenda: morì per eccesso di colesterolo.
Restano nell’anonimato le altre mummie. A cominciare da quella di una donna che morì di parto cesareo. Un’operazione crudele all’epoca, perché veniva praticata in extremis e salvava solo il nascituro. I cadaveri di altre due donne presentano delle malformazioni: una aveva un’anca lussata, l’altra era rachitica. E c’è un caso di morte per diabete.



Se si osservano con attenzione alcuni corpi, si nota qualche stranezza: un cranio o un braccio staccati dal resto corpo, come se non gli appartenessero. Ebbene, scavando nel terreno della chiesa, i confratelli trovarono sì quindici mummie, ma anche un grosso numero di scheletri e arti sparsi, senza corpo. Non dimentichiamo che l’usanza di conservare il corpo in bare ancora non c’era. Per questo alcune mummie furono trovate senza cranio o senza un braccio. Spinti da religioso pudore, prima di esporre quei corpi i confratelli li “ricostruirono”: corpi senza testa o senza braccia avrebbero urtato troppe sensibilità.
Esemplare è il corpo di una ragazza, morta intorno ai diciott’anni: non sono suoi né l’avambraccio né il cranio.
La storia più sconvolgente è quella di un uomo seppellito in stato di morte apparente: il corpo si irrigidisce, la temperatura scende, non si sente il battito del cuore. Polso e respiro si fermano. All’epoca non esisteva l’obbligo di attendere 48 ore prima di seppellire i cadaveri, e così venivano interrati subito. Ma una volta sotto terra l’uomo si sveglia: sente mancare l’aria. Ecco che chiama a raccolta tutte le forze. Punta i piedi, serra i pugni, i muscoli del polpaccio e della coscia si contraggono. Ancora oggi la rientranza dell’addome testimonia lo sforzo di riempirsi d’aria. Si nota il rossore della pelle: vasi sanguigni e capillari, dilatandosi, si sono rotti e il sangue è affiorato alla pelle. La gola è contratta e sul viso è rimasto il riso sardonico: il ghigno del terrore e della pazzia. Ha la pelle del brivido, la pelle d’oca, accentuata sulla coscia sinistra. Proprio dove, nascosto dalla mano, c’è un graffio.




Da cornice, nell’insolito museo, si possono ammirare il lampadario fatto di ossa e teschi.
Quest’insolito museo attira ben oltre 13 mila visitatori all’anno, considerando che nel periodo invernale le visite si
effettuano soltanto due volte al giorno, rimanendo poi chiuso per l’intera giornata, è un dato davvero
interessante. Come d’interesse scientifico si può parlare per i tanti giornalisti e troupe televisive che
annualmente si occupano del cimitero delle mummie. Qualche anno fa una equipe medica seguita da uno staff
di tecnici televisivi arrivò dall’america per girare uno speciale documentario per il National Geographic.



Un ulteriore studio venne eseguito in loco dagli antropologi e medici statunitensi.
‘Dissero che Canonico Muscinelli, uno delle mummie, aveva sicuramente il diabete –racconta Giuseppe Ducci,
storico custode delle mummie di Urbania- presenti invece acute forme di artrite in diverse mummie.






Tra le
probabili cause di decesso di alcuni corpi: la polmonite. Raggi x, endoscopie e analisi fisiologiche sono state
effettuate sul posto. Sul caso del sepolto vivo e la donna morta di parto cesareo l’equipe non si era sbilanciata, ma
dalle loro facce traspariva una chiara perplessità sulla storia legata alla triste fine di quelle due persone’.
Sono solo alcune delle piccole novità emerse in quella settimana di studi effettuati dal National Geographic sui
18 mummie, rispetto a quelli emersi negli anni ’70 e ’80.
Un ulteriore pubblicità per Urbania che grazie al cimitero delle mummie riesce a calamitare numerosi turisti e
visitatori, forse attratti proprio da quell’inspiegabile gusto del macabro o dell’aldilà che tanto affascina.



Siena
Santa Maria della Scala

Nel maggio del 1999, durante i lavori di indagine archeologica, sotto il pavimento della chiesa della Santissima Annunziata è riapparsa una cappella adibita a sepoltura situata sotto l'altare della tomba del mitico fondatore del Santa Maria della Scala, il beato Sorore, contenente tre corpi perfettamente conservati in seguito ad un processo di mummificazione naturale favorito dal microclima della minuscola cappella. Una scoperta sensazionale (in Italia sono non più di dieci le mummie "vestite" risalenti al '400 finora rinvenute) che ha suscitato l'interesse del mondo scientifico internazionale. Due corpi erano rimasti per 500 anni nelle loro rozze bare di legno, con una croce dipinta sul coperchio ed un rosario intorno ai fianchi; il terzo corpo era adagiato su di una delle due casse ed era vestito con il saio bianco degli Oblati. I lineamenti del volto erano ben riconoscibili, così come le tracce di rughe sulla fronte, i denti perfettamente conservati. Nessun dubbio sull'identità dei due corpi posti dentro le casse, anch'essi con ancora indosso l'abito di sepoltura e la pelle incartapecorita: si trattava di Salimbene Capacci, Rettore dell'Ospedale alla fine del 1400 e di sua moglie Margherita Sozzini. Sul volto della donna la bocca appariva come costretta in un grido e gli alluci dei piedi erano ancora legati con un nastro perchè le gambe non si scomponessero. L'identità della terza mummia è stata invece al centro di un piccolo giallo (ora risolto).
Scoprire tre mummie non è la cosa più usuale del mondo. Ma riportarle alla luce dal sottosuolo della chiesa di un ospedale medievale è più insolito del normale.
Eppure è ciò che accadde nel maggio del 1999 quando dai lavori di restauro della cappella dell'ospedale di Santa Maria della Scala di Siena vennero alla luce tre corpi
mummificati.
Non era una scoperta nel senso vero e proprio del termine, perché le tre salme avevano fatto, in precedenza, la loro ricomparsa nel 1948.
In quell'occasione peraltro, il soprintendente Peleo Bacci attribuì ai tre corpi altrettanti nomi, cognomi e biografie.
Si trattava, stabilì, di Salimbene Capacci, rettore dell'ospedale morto nel 1497; di sua moglie Margherita Sozzini (figlia del famoso giureconsulto Mariano) morta nel 1511 e del pittore Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta il quale aveva chiesto di essere sepolto in quel punto della chiesa. In quell'occasione le salme mummificate erano state ricomposte e richiuse nella loro tomba secolare.
Tornate alla luce, si era imposta, da parte dell'Istituzione del Santa Maria della Scala, la necessità di sapere qualche cosa di più sui tre corpi. Furono messi all'opera gli antropologi dell'équipe di Francesco Mallegni, dell'Università di Pisa e gli storici dell'Università di Siena.
Tutto regolare per Salimbene e Margherita. Erano loro. Tanto più che il ritrovamento del 1948 era stato preceduto, a sua volta, da un altro rinvenimento del 1678, quando la carta di identità delle due mummie, un uomo e una donna , era stata definita con sicurezza.
Due mummie, appunto. Perché il terzo corpo si era aggiunto dopo, come dimostra con assoluta chiarezza la relazione stesa, in quell'occasione, di fronte ai luminari della scienza senese fra i quali Pirro Maria Gabrielli. In quell'occasione non si parlava di una terza mummia, e questo già suscitava perplessità sull'eventualità che la terza salma fosse quella del Vecchietta.
Infatti non poteva essere lui. La documentazione scritta attesta, senza ombra di dubbio, che le ossa (ossa: non mummia) del Vecchietta erano state disseppellite e gettate nell'ossario comune nel 1714.
Allora il terzo corpo di chi era?
La storia si fa con gli stessi metodi di un'indagine poliziesca. Occorreva individuare qualcuno che fosse stato colpito dal ritrovamento dei due corpi nel 1678; che avesse avuto una tale autostima di se stesso da ritenere di essere degno di un trattamento come quello del grande rettore della altrettanto grande rettrice, e che avesse un ruolo tale, entro il Santa Maria della Scala, da potersi permettere di coronare il suo sogno.
E in realtà un indiziato c'era: Girolamo Macchi, vissuto fra il 1648 e il 1734, "gettatello" e poi self-made man fino a diventare scrittore maggiore (una specie di controllore della contabilità dei giorni nostri) dell'ospedale e, soprattutto, presente al ritrovamento del 1678 e talmente colpito da esso da lasciarne ripetute tracce in tutti i suoi numerosi scritti.
Tutti gli indizi riconducevano a lui. E il "confronto all'americana" ha dato ragione alla supposizione.
I resti della mummia sono quelli di un uomo di oltre ottanta anni (e Macchi morì a 86); è il corpo di un uomo morto in piena estate (Macchi morì a luglio); aveva problemi di arteriosclerosi (Macchi chiese di essere sollevato dall'incarico per problemi di questo genere); aveva addosso monete databili ai primi decenni del '700 (morì nel 1734); una di quelle monete raffigurava San Girolamo (il suo santo onomastico).
Infine, dai depositi del Santa Maria della Scala fu scovato un ritratto che il conserva-tore dell'Istituzione Enrico Toti stabilì essere il ritratto del Macchi.
Mallegni non ebbe dubbi: il corpo e il ritratto appartenevano alla stessa persona: erano entrambi di Girolamo Macchi.



L’attribuzione fatta a metà XX secolo si è, di fatto, dimostrata esatta per Salimbene e Margherita, come attesta un documento datato 1678, in base al quale sappiamo che le due salme, già mummificate, giacevano in quella sepoltura all’interno della chiesa. Del terzo corpo, però, nella relazione stilata in quell’occasione di fronte ad alcuni luminari della scienza senese, fra i quali Pirro Maria Gabrielli, non si faceva parola. Non si trattava quindi del Vecchietta, le ossa del quale, peraltro, ci dicono le fonti scritte, vennero gettate nell'ossario comune nel 1714. In realtà il terzo “ospite” della sepoltura è, con tutta probabilità, Girolamo Macchi, vissuto fra il 1648 e il 1734, entrato infante nel Santa Maria della Scala come esposto e poi rimasto all’interno dell’istituto quale Scrittore Maggiore. Macchi aveva assistito al ritrovamento del 1678, come dice nei suoi scritti, ed evidentemente ne era rimasto talmente impressionato da richiedere, alla morte, di giacere in eterno con questi illustri personaggi. Per lui, bambino abbandonato, si trattava di un vero e proprio riscatto sociale.
Le tre mummie sono tornate nella loro antica sepoltura, anche se private degli abiti che serviranno agli studiosi per le loro ricerche sull'abbigliamento dell'epoca. Adesso aspettano di essere esposti in una mostra che illustrerà al pubblico l'eccezionalità di questi tre reperti.


Lodi
Museo Paolo Gorini



La collezione Paolo Gorini è ubicata nel cuore dell'Ospedale Vecchio, nel lato sud del chiostrino quattrocentesco, in un'unica sala dai soffitti riccamente affrescati nel 1593 da Giulio Cesare Ferrari, utilizzata all'epoca come sala capitolare dai Frati che gestivano originariamente il nosocomio.
I preparati anatomici e le due mummie sono esposti in apposite vetrine ed individuati ciascuno da un cartellino didascalico illustrante le caratteristiche del pezzo.






Tre visori a parete consentono la lettura delle lastre radiografiche eseguite sulle salme con l'intento di illustrare la presenza dei visceri ed indicare le vie di inoculazione dei liquidi mummificanti. Il Museo Gorini non vuole certo esibire una raccolta di macabri reperti, ma intende portare a conoscenza del pubblico i preparati anatomici, predisposti dall'illustre ricercatore, come strumenti di divulgazione di un messaggio scientifico e le due salme mummificate quali espressione dell'esigenza spirituale del Gorini di salvaguardare il corpo umano dal disfacimento e dalla corruzione della morte.


Figura singolare, unica, Gorini è l'esempio tangibile di un eccelso uomo di scienza, dedito alla scoperta, alla ricerca e, sia in senso letterale che metaforico, al perseguimento dell'immortalità. La piccola sala dove il museo trova la sua sede riesce nel miglior modo possibile a trasmettere il senso profondo della sua attività, rendendo quasi palpabile la sincera passione che animava lo scienziato lodigiano in tutte le sue esperienze empiriche.



Come ammonito dai reperti esposti, il mistero della morte, che in misura quasi maniacale lo affascinò sempre, rappresentò per la sua attività di sperimentatore una costante sfida, il potente avversario di una lotta titanica intrapresa per sottrare alla corruzione del tempo le spoglie mortali dell'uomo, pietrificandole o riducendole in cenere pur di evitare loro lo scempio della decomposizione organica.

L'atmosfera del museo è del tutto particolare, indescrivibile in molti suoi aspetti. Situato in un angolo relativamente buio di un antico chiostro, poco illuminato da quei raggi di sole che rischiarano tutto il restante cortile, si rivela alla vista solo dopo aver percorso un lungo porticato immerso nel più totale silenzio e nella costante penombra e, avvicinandosi all'ingresso del museo, è impossibile non essere colpiti da un vago senso di estraneazione, dalla quasi consapevolezza di assistere ad uno "spettacolo" fuori dal tempo, calati in una dimensione unica dove passato e presente si fondono e si compenetrano.



Un'anonima porta a vetri è l'entrata della camera delle meraviglie, l'ultimo varco prima di assistere a quello che resta, non molto purtroppo, dell'amplissima collezione anatomica che Gorini seppe approntare nel corso della sua vita. L'impatto iniziale è abbastanza sconcertante: l'ambiente relativamente piccolo, quasi opprimente, la scarsa illuminazione proveniente da fredde luci al neon, il soffitto affrescato, i resti anatomici disposti in modo tale da disporsi uniformemente per tutta la sala e, soprattutto, le due mummie umane poste quasi al centro del museo lasciano storditi, creando un indefinibile senso di disagio. L'impressione è quella di trovarsi dinnanzi ad una macabra collezione di resti anatomici e prodigi animaleschi (in una teca di vetro, tra un grosso rospo e un serpente pietrificati, colpisce subito la piccola mummia di un topolino bianco bicefalo) e solo dopo aver superato la meraviglia iniziale, supportati dalla presenza di ottime tavole esplicatrici, si inizia a comprendere la maestosità dell'opera di Gorini.

Osservando attentamente i reperti esposti (impossibile non restare colpiti dai corpicini, alcuni visibilmente deformi, di bambini morti in tenerissima età) ci si può rendere pienamente conto dell'altissimo valore dell'attività dello scienziato. La riuscitissima pietrificazione di parti anatomiche, mani, cervello ed organi genitali soprattutto, ma anche un intero sistema nervoso umano e una spina dorsale orribilmente deforme, la quasi ossessiva presenza delle teste imbalsamate di alcuni contadini lodigiani dell'Ottocento (il lavoro di Gorini è talmente ben eseguito che alcune di queste conservano ancora una barba ispida e una capigliatura quasi "vive") e le due imponenti salme mummificate si dispiegano agli occhi dell'osservatore attento come magnifico strumento di divulgazione scientifica, tangibili espressioni di un'esigenza morale e spirituale che aveva come principale scopo la salvaguardia del corpo dalla corruzione e dallo scempio causato dalla morte.

Principe Adalex..

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